In vista della beatificazione di fra Miguel e fra Zbigniew

Carissimi frati,
il Signore vi dia pace!

Dare la vita
Cuore e orizzonte della missione
In vista della beatificazione di fra Miguel e fra Zbigniew

Il 5 dicembre prossimo, sul finire dell’anno dedicato alla vita consacrata, in cui si è approfondito il suo essere profezia al cuore della Chiesa e per il mondo, e sulla soglia dell’anno giubilare che avrà come tema ispiratore la misericordia intesa come “condizione della nostra salvezza” e “la via che unisce Dio e l’uomo” (Papa Francesco, Misericordiae Vultus n. 2), saranno beatificati due nostri confratelli, fra Miguel TOMASZEK e fra Zbigniew STRZAŁKOWSKI, che come profeti intrisi della misericordia divina hanno dato la vita per amore a Dio e ai poveri che Dio ama in maniera preferenziale. Appena un quarto di secolo ci separa dal loro martirio, per cui non si tratta di una vicenda lontana, che si perde nella notte dei tempi, ma di una testimonianza fresca e genuina, del tutto contemporanea, che tocca la nostra vita nel suo centro pulsante, vale a dire la scelta della vocazione francescana e il suo dispiegarsi in pienezza fino al dono totale di sé.
Siamo noi all’altezza di questa esigente e alta misura dell’amore che è il martirio? Non è una domanda retorica, ma un interrogativo che dobbiamo saper custodire e con il quale vale la pena di confrontarsi. Anche riascoltando le parole del religioso Servo di Maria e poeta David Maria Turoldo, che parlando di alcuni grandi testimoni dei nostri giorni scrive: “Che vergogna! Essere stati loro contemporanei… loro amici e commensali e non aver imparato. E non esserci convertiti. Ed essere quelli di sempre”.

Martirio: l’evolversi di una vita donata
“Lunedì 3 febbraio 2015, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il martirio dei Servi di Dio Michele Tomaszek e Sbigneo Strzałkowski, sacerdoti professi dell’ordine dei Frati minori conventuali, uccisi, in odio alla fede, il 9 agosto 1991, a Pariacoto” (“L’Osservatore Romano”, 4 febbraio 2015, p. 8).
Quando la notizia mi ha raggiunto, ho provato una grande gioia e al contempo mi sono ricordato le parole di san Francesco di fronte alla reazione dei frati che magnificavano il luminoso martirio dei cinque protomartiri uccisi in Marocco il 16 gennaio 1220: “Ognuno si glori del proprio martirio e non di quello degli altri” (Giordano da Giano, Cronaca, 8: FF 2830). Sì, perché il martirio è il centro incandescente del cristianesimo, il luogo in cui l’amore a Dio e ai fratelli (anche carnefici) si dispiega in totalità. E si tratta di un roveto ardente al quale possiamo avvicinarci solo a piedi nudi, purificati da ogni vanità terrena. Fra Miguel e fra Zbigniew hanno dato la vita: loro è la palma del martirio, nostro il cammino per entrare nell’imitazione di due fratelli che hanno vissuto la sequela radicale di Cristo fino alla croce.
Ho sempre guardato con molta simpatia a fra Miguel e a fra Zbigniew, due nostri giovani frati polacchi (31 e 33 anni) – della Provincia Polacca di sant’Antonio di Padova e del beato Giacomo degli Strepa – che tra la fine del 1988 ed il 1989, con grande entusiasmo, sono partiti alla volta del Perù per vivere la missione evangelica tra gli ultimi. Lo slancio missionario, il desiderio che il Vangelo incontri ogni uomo di ogni terra e nazione, è segno di autenticità cristiana, perché dice che la fede è il grande dono di Dio per tutti, senza distinzioni. Chi si apre alla missione si apre all’amore di Dio che vuole raggiungere anche i più lontani e ha una preferenza viscerale per i poveri e i piccoli.
Cari frati, nella mia Lettera voglio parlarvi della testimonianza di questi nostri due fratelli, collocandola nel contesto della nuova stagione di martirio che la Chiesa sta vivendo. Non intendo scrivere un testo solo celebrativo, ma ricordare a tutti noi che il martirio è l’orizzonte della vita cristiana e francescana. Se abbiamo donato tutto al Signore, anche la nostra vita è nelle sue mani. Proprio per questo, è bene parlare di “martirio non come impresa eroica, come gesto di uomini valorosi, bensì come ‘naturale’ evolversi di una vita donata” (E. Bianchi, Prefazione a Frére Christian de Clergé e gli altri monaci di Tibhirine, Più forti dell’odio, Qiqajon 2010, p. 9). In effetti, nessuno si offre per morire martire, ma al martirio si giunge attraverso un cammino progressivo e spesso imprevedibile, come ben ci ricorda Papa Francesco: “Questa è la bellezza del martirio: incomincia con la testimonianza, giorno dopo giorno, e può finire con il sangue, come Gesù, il primo martire, il primo testimone, il testimone fedele” (Messa a Santa Marta, 30 giugno 2014).

Martiri di ieri e di oggi
“Certamente in alcune epoche vi sono più martiri che in altre, ma affermare che vi sono stati momenti della storia privi di martiri, è negare l’esistenza della Chiesa in quel tempo”. Così si esprimeva, nella prima metà del secolo scorso, il teologo Erik PETERSON. Di fatto, nei quasi due millenni di cristianesimo il filo rosso del martirio non si è mai interrotto e oggi è diventato, se possibile, più evidente e vistoso.

Purtroppo, la stessa parola martirio torna di attualità e risuona drammaticamente in molti contesti nei quali i cristiani sono perseguitati anche in maniera brutale, fino alla privazione della vita. Si tratta di situazioni nuove, inedite, che dicono di una fede vitale perché autenticamente alla sequela della croce di Cristo, capace cioè di sopportare tribolazioni e di rispondere alla violenza estrema con mitezza e perdono. Si tratta, inoltre, di una vicenda che si ripete a partire dalla croce piantata sul Golgota, fuori dalla città di Gerusalemme, per crocifiggere il Giusto. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. […] ‘Un servo non è più grande del suo padrone’, se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi” (Gv 15,18.20).
Molti fanno notare che il cristianesimo è attualmente la religione più calpestata e maggiormente fatta oggetto di aggressione. Tanto che, secondo il deputato inglese Jim SHANNON, “da qualche parte nel mondo, un cristiano viene ucciso ogni undici minuti a causa della sua fede” (Intervento alla camera, 3 dicembre 2013). I numeri sono davvero impressionanti: dai 150 ai 200 milioni di cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti, …) vengono discriminati e perseguitati sul nostro pianeta per motivi di fede, per cui, a distanza di vent’anni, risultano del tutto calzanti le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente: “Al termine del secondo millennio la Chiesa è diventata nuovamente una Chiesa di martiri” (1994, n. 37). Nel nostro tempo, dunque, il martirio rappresenta una grazia del tutto misteriosa e al contempo un interrogativo che interpella le comunità cristiane. Perché non basta celebrare i testimoni della fede fino all’effusione del sangue, ma è necessario confrontarsi con la bellezza e la grandezza della loro testimonianza. Nella sua omelia a Seul, in Corea del Sud, Papa Francesco ha ricordato come “oggi molto spesso sperimentiamo che la nostra fede viene messa alla prova dal mondo, e in moltissimi modi ci vien chiesto di scendere a compromessi sulla fede, di diluire le esigenze radicali del Vangelo e conformarci allo spirito del tempo. E tuttavia i martiri ci richiamano a mettere Cristo al di sopra di tutto e a vedere tutto il resto in questo mondo in relazione a Lui e al suo Regno eterno. Essi ci provocano a domandarci se vi sia qualcosa per cui saremmo disposti a morire” (16 agosto 2014). Sa vivere in pienezza chi ha un motivo per il quale sarebbe disposto a dare la vita, e i cristiani appartengono a questa categoria di persone. Sono possibili, come sempre più spesso accade ai nostri giorni, atteggiamenti autodistruttivi dettati dal fanatismo, ma anche follie omicide operate sotto la copertura di presunte motivazioni religiose. Anche se parlare di “martirio offensivo” è un vero e proprio controsenso. Infatti, il martire cristiano offre la sua di vita, sempre rispettando la vita altrui, anche quella del persecutore. Sul modello di Gesù crocifisso, re dei martiri, risponde all’urto dell’odio non con la violenza ma con il perdono.

Una vicenda latinoamericana
Nella mia presentazione, soprattutto nella parte narrativa, mi servirò delle parole di fra Jarek WYSOCZAŃSKI, il “terzo compagno” sopravvissuto alla strage perché in quel lontano 9 agosto del 1991 si trovava in Polonia. Lo ringrazio di cuore perché in questi anni ha tenuto viva, nell’Ordine, la memoria di quell’evento che gli ha cambiato la vita.
Quando fra Miguel e fra Zbigniew partono per il Perù, portano con sé grandi speranze. Sono nati e cresciuti in un mondo dominato dal comunismo e, dopo la formazione teologica e l’ordinazione sacerdotale, accolgono con gioia e grande disponibilità l’avventura della missione in un Paese lontano e per lo più sconosciuto, che molto presto imparano ad amare. Ecco come li descrive fra Jarek:
Miguel TOMASZEK nasce il 23 settembre 1960 a Łękawica (Polonia). Completa gli studi di filosofia e teologia nel Seminario maggiore dei frati minori conventuali di Cracovia e viene ordinato sacerdote il 23 maggio 1987. Per due anni lavora come viceparroco a Pieńsk e il 24 luglio 1989, con il cuore pieno di sogni, parte per il Perù. È una persona sensibile e gentile, dalla fede profonda, amante della preghiera e generoso evangelizzatore. Ha un amore profondo per la Vergine Maria e attraverso la musica – suona la chitarra – sa farsi amico dei piccoli e dei giovani.
Zbigniew STRZAŁKOWSKI nasce il 3 luglio 1958 a Tarnów (Polonia). Come Miguel studia filosofia e teologia a Cracovia e viene ordinato sacerdote il 7 luglio 1986. Svolge per due anni l’incarico di vicerettore nel Seminario minore, e il 30 novembre 1988 parte alla volta del Perù. È un uomo buono, responsabile, ottimo organizzatore, con un debole per la matematica. Ama il creato, cura gli infermi e serve tutti con fede profonda. Nutre una passione profonda per la figura di san Massimiliano Kolbe.
C’è da dire che la missione in Perù veniva da lontano, essendo stata a lungo pensata e programmata come una presenza francescana tra la gente più umile di quel Paese. L’allora ministro generale dei frati minori conventuali, padre Lanfranco SERRINI, in una Lettera del 15 gennaio 1989 indirizzata a monsignor Luis BAMBARÉN, vescovo della Chiesa locale nella quale i frati svolgono il loro servizio, scrive:
L’Ordine è felice di aver avviato questa nuova missione in terra peruviana, nella sua Diocesi di Chimbote. Sentiamo che, in questi ultimi anni, la Provvidenza ci ha guidati in mezzo alle difficoltà, e che ogni opera del Signore si concretizza attraverso molte strade; eppure è molto bello vedere che, proprio in esse si trova il segreto della vita. La vita di questa missione ha tutte le caratteristiche dello stile francescano, che vogliamo inserire in essa attraverso dei missionari che arrivano dalla Polonia: semplicità, povertà, vita nascosta, fraternità, disponibilità.

Siamo a poco più di vent’anni dalla seconda Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano di Medelin (1968) e a dieci anni dalla terza Conferenza (Puebla 1979) che recepiscono il concilio Vaticano II per i popoli cristiani di quelle terre e formulano la famosa opzione preferenziale per i poveri, opzione teologica e non semplicemente sociologica (cf. Evangelii gaudium n. 198; si veda G. Gutiérrez, Perché Dio preferisce i poveri, EMI 2015). Diversamente dall’Occidente, chiamato a fronteggiare la sfida del non-credente, in quegli anni dell’ateismo teorico e pratico, in America Latina la grande sfida è invece quella del non-uomo: dell’uomo sfigurato dallo sfruttamento economico e non riconosciuto nei suoi diritti elementari, per non parlare di alcuni regimi politici oppressivi e ingiusti che seminano terrore. A volte si tratta di veri e propri “popoli crocifissi” che specchiandosi nel Vangelo ritrovano dignità e volontà di riscatto, intraprendendo cammini di liberazione. Si può dire, a ragione, che il testo conciliare di Lumen gentium (1965, n. 8), di tenore profetico, trova in quel contesto un’efficace e pertinente applicazione: “Come Cristo è stato inviato dal Padre ‘ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito’ (Lc 4,18), ‘a cercare e salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne l’indigenza e in loro cerca di servire il Cristo”. Con l’annuncio del Vangelo, l’attenzione ai poveri e il collocarsi dalla loro parte e a loro favore è l’altra colonna portante della missione francescana di Pariacoto. Lo testimonia con chiarezza fra Jarek:
Arrivando a Pariacoto non è stato facile inserirci all’interno di un nuovo modo di essere Chiesa. Abbiamo trascorso ore e ore in riunioni, incontri, dibattiti, per capire. Lentamente siamo riusciti a focalizzare le domande centrali: “Qual è la nostra missione di francescani in questo luogo? Che modello di Chiesa vogliamo incarnare? Come possiamo essere poveri con i poveri?”. All’inizio, questo nuovo stile di Chiesa ci turbava, ma allo stesso tempo risvegliava in noi un nuovo modo di essere cristiani. In breve tempo siamo diventati pienamente parte della Chiesa locale, assumendo pienamente la convinzione che ogni popolo deve esprimere la fede conservando la propria identità. Le colonne della nostra azione missionaria sono state sostanzialmente due: l’annuncio del Vangelo e la vicinanza ai poveri. Il vivere come fratelli in semplicità e povertà è stato il ponte comunicativo più efficace con la gente del luogo.
Fra Miguel scrivendo alla famiglia dice: “La gente è molto buona: i bambini continuano a salutarci ad alta voce, anche diverse volte al giorno; i giovani sono molti e si avvicinano alla chiesa; non esiste la figura dell’organista, ma i giovani lo suppliscono perfettamente con i loro strumenti musicali. Suonano la chitarra, il flauto (diverso da quello polacco: sto imparando a suonarlo), la canna da zucchero (ha un buon suono), strumenti a percussione, e un baccello secco lungo mezzo metro (non so come si chiami, ma assomiglia ad un baccello di fagioli). Cantano molto bene e con gusto. Due giorni fa sono rimasto solo: non mi sono annoiato; a tarda sera ho celebrato l’Eucaristia, e dopo la celebrazione mi sono seduto con i giovani sugli scalini davanti alla chiesa alla luce della luna, ascoltando i loro canti e addirittura cantando qualcosa in polacco” (lettera alla famiglia, 20 agosto 1989).

“Bisogna uccidere quelli che predicano la pace”
In effetti, i principali capi di accusa che i terroristi di Sendero luminoso (movimento di matrice maoista guidato da Abimael Guzmán) avanzano a carico dei due frati riguardano la fede come realtà che disimpegnerebbe da ogni causa in favore dell’uomo e l’aiuto ai poveri – attraverso la distribuzione di cibo – come forma di colonialismo e condizionamento delle coscienze. Di seguito riportiamo alcune frasi pronunciate nel processo-farsa contro i due frati.
Ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo. Predicano la pace e così addormentano la gente. Non vogliono né la violenza né la rivoluzione. La pace disonora la gente. Bisogna uccidere quelli che predicano la pace. Con la religione addormentano il popolo. La religione è l’oppio del popolo. La Bibbia è un modo per addormentare il popolo, ingannarlo e dominarlo.
Concetti veteromarxisti (siamo nel 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino) che esaltano la rivoluzione armata e additano la religione come oppio dei popoli. Sarà questa ideologia perversa e alquanto rozza a condannare a morte i nostri confratelli. Ricordiamo l’avvenimento con le parole del “terzo compagno”:
Il 9 agosto 1989 1991 – era un venerdì – dopo la celebrazione eucaristica, Miguel e Zbigniew furono prelevati separatamente dal convento e portati al Municipio di Pariacoto. Insieme, furono fatti salire su uno dei camioncini della missione, insieme a suor Berta HERNÁNDEZ, Ancella del Sacro Cuore di Gesù, che volle andare di propria iniziativa. Più tardi, sulla strada per Cochabamba, prima di attraversare il ponte fecero scendere la religiosa dal veicolo; quindi incendiarono il ponte e condussero i frati in un luogo chiamato Pueblo Viejo, vicino al cimitero. Lì, a sangue freddo, assassinarono fra Miguel con un colpo alla nuca e fra Zbigniew con due colpi, uno alla spalla e l’altro alla testa. Con loro fu ucciso anche il sindaco del paese, Giustino Masa.
I corpi non vennero rimossi fino al giorno dopo, quando la polizia fece i rilevamenti e giunse sul luogo anche monsignor BAMBARÉN. La mattina in cui fu celebrata la messa delle esequie, dopo l’autopsia nella città di Casma, al passaggio del feretro la gente rese omaggio ai frati martiri con fiori, bandiere, preghiere, lacrime e cartelli con scritto Paz y bien, Perdónales porque no saben lo que hacen, Nuestros padres no murieron. “Pace e bene”, “Perdonali perché non sanno quello che fanno”, “I nostri padri (Miguel e Zbigniew) non sono morti”.
“Lo stesso luogo dell’eccidio – leggiamo nel libro scritto a quattro mani da fra Jarek e Alberto FRISO, giornalista del “Messaggero di sant’Antonio” – fu oggetto dell’attenzione degli abitanti di Pariacoto. Si recarono sul posto con delle vanghe e raccolsero per quanto fu possibile la terra bagnata dal sangue dei martiri, terra diventata sacra. Poi, in processione, la portarono al vicino cimitero, dove si trova ancora, in un cenotafio sotto una croce che riporta i nomi di Miguel e Zbigniew” (Frati martiri. Una storia francescana nel racconto del terzo compagno, EMP 2013, p. 202). La vox populi aveva intuito che quel sangue versato era prezioso e parlante, segno di un amore che non si può soffocare nemmeno con la morte.
In quei giorni drammatici, come abbiamo detto, fra Jarek si trovava in Polonia per celebrare il matrimonio della sorella, proprio mentre Giovanni Paolo II era a Częstochowa per la Giornata mondiale della gioventù. I due si incontrarono brevemente, in privato, il 13 agosto, e il papa, dopo aver chiesto informazioni sull’accaduto, disse: “Sono i nuovi santi martiri del Perù”. Una frase profetica, che da quel momento in poi accompagnerà e sosterrà il culto spontaneo della gente e il percorso del processo di beatificazione intrapreso dai confratelli.

Martiri per la causa dell’uomo, in odium fidei
La teologia del martirio ha subito, negli ultimi decenni, una notevole accelerazione. Soprattutto in seguito alla scoperta, avvenuta piuttosto di recente, del fatto che il XX secolo è stato, a pieno titolo, “secolo dei martiri”. Nell’anno del Grande Giubileo del 2000, dopo aver affermato che “il secolo che ha contato il maggior numero di martiri nella storia della Chiesa è stato il Novecento”, un Editoriale de La Civiltà Cattolica – proponendo una veloce rassegna di eventi di martirio collettivo del XX secolo – riportava alcuni dati impressionanti: agli inizi del ’900 i Boxer uccisero in Cina 180 missionari e 40.000 cristiani; dal 1894 al 1918 i turchi massacrarono circa due milioni di armeni; negli anni ’20 si scatenò una persecuzione contro i cristiani in Messico, che portò alla morte di 200 persone; nel corso della guerra civile in Spagna, negli anni ’30 furono uccisi 13 vescovi, circa 7.000 sacerdoti, religiosi e religiose, insieme a 3.000 laici. Migliaia di cristiani ortodossi trovarono la morte in Unione sovietica: solo nel 1922, sotto Lenin, furono martirizzati 2.691 pope, 1.692 monaci, 3.477 religiose, e la maggior parte dei vescovi fu uccisa, messa in carcere, deportata; dopo la seconda guerra mondiale fu la volta della chiesa cattolica. Senza dimenticare, sotto regimi dello stesso segno, le persecuzioni in Albania, Vietnam del Nord, Laos, Cambogia e soprattutto Cina, ma anche nell’Europa orientale. Allo stesso modo l’ideologia neopagana imposta dal nazionalsocialismo del III Reich, condannò a morire nei Lager innumerevoli cristiani. Nella seconda metà del XX secolo, la mappa del martirio si allarga drammaticamente soprattutto verso l’America latina e l’Africa (Il senso del martirio cristiano, 151, 2000/III, pp. 107-119). Persecuzioni e martirio sia di religiosi che di laici, di catechisti in particolare.
A cosa è dovuto il ritardo nella registrazione, da parte della storia, di eventi così rilevanti e feroci? Certamente alla lunga durata del comunismo in Unione Sovietica e nei Paesi dell’Est, per cui le informazioni sono trapelate con lentezza e la presa di coscienza delle immani violenze perpetrate contro i cristiani di ogni confessione è stata altrettanto lenta, ma anche alla poca attenzione riservata dall’Occidente (ieri come oggi) ai drammi collettivi a sfondo religioso, in certi casi vere e proprie catastrofi che si sono consumate nei cosiddetti Paesi del Terzo mondo. C’è da aggiungere, poi, che lo spostamento della mappa del martirio in America latina ha messo in evidenza novità del tutto singolari: innanzitutto il fatto che in quel continente molti cristiani sono perseguitati e uccisi da qualcuno che si dichiara egli stesso cristiano; l’uccisione del martire, inoltre, non avviene direttamente a causa della fede ma piuttosto perché egli si è schierato dalla parte dei poveri in nome della giustizia con un atteggiamento, naturalmente, ispirato dalla fede, come successo al nostro frate, Servo di Dio, Carlos de Dios MURIAS nel contesto del governo dittatoriale dell’Argentina tra il 1976 e il 1983. Si può dire, allora, che con la proclamazione dei martiri francescani del Perù (insieme al sacerdote bergamasco fidei donum Alessandro Dordi come già precedentemente al più noto arcivescovo di San Salvador Óscar Arnulfo Romero) la formula in odium fidei si è allargata fino a comprendere valori umani di innegabile spessore evangelico. Ricordiamo che, affrontando la medesima questione, già san Tommaso d’Aquino scriveva: “Il bene umano può divenire bene divino se lo si riferisce a Dio; per questo qualsiasi bene umano può essere causa di martirio, in quanto riferito a Dio (Summa Theologiae II-II, q. 124, a. 5). In questa linea è stata interpretata, a suo tempo, la vicenda di Massimiliano Kolbe: se infatti il 17 ottobre 1971 Paolo VI ha beatificato padre Kolbe come confessore, il 10 ottobre 1982 Giovanni Paolo II ha canonizzato il suo connazionale come martire. Durante la messa di canonizzazione, nell’omelia, il papa ebbe a dire: “In virtù della mia apostolica autorità ho decretato che Massimiliano Kolbe, il quale a seguito della beatificazione era venerato come confessore, venga d’ora in poi anche venerato come martire”. Il frate francescano, di fatto, si immolò per la causa dell’uomo (per salvare un padre di famiglia dalla morte), e fece questo come uomo di fede, con carità e dono totale di sé. Ecco le parole pronunciate dal papa, l’11 ottobre 1982, alla presenza dei pellegrini polacchi: “Mediante questa figura si aprono di fronte a noi orizzonti universali (…); alla base di questa santità si trova la grande, profondamente dolorosa causa umana”. Davvero la causa di Dio e quella dell’uomo sono tra loro intrecciate e inestricabili, per cui la verità della fede trova nella difesa della dignità umana un banco di prova decisivo. È di monsignor Romero la traduzione per El Salvador dell’espressione di sant’Ireneo “gloria Dei vivens homo/ la gloria di Dio è l’uomo vivente”, in quella che dice “la gloria di Dio è il povero che vive /gloria Dei vivens pauper”, nel senso che il Dio cristiano è “un Dio vicino ai poveri, così vicino da rendersi presente sulla croce per mostrare che partecipa della sofferenze delle vittime e dunque per rendere definitivamente credibile il suo amore […]. Per quel Dio Romero si è schierato, si è fatto servitore della vita, della giustizia, della pace e della speranza” (J. Sobrino, Romero, martire di Cristo e degli oppressi, EMI 2015, p. 264).
Se l’America Latina ha dato innumerevoli martiri non uccisi esplicitamente a motivo della fede, questo non toglie che ai nostri giorni, in altri contesti, rimanga di drammatica attualità la violenza che colpisce i cristiani proprio perché tali, come avviene in alcuni Paesi a maggioranza islamica – recentemente in Pakistan – dove forme di estremismo religioso si abbattono sulla minoranza cristiana. Lì, ha affermato papa Francesco dopo l’Angelus del 15 marzo 2015, “i cristiani sono perseguitati, versano il sangue soltanto perché cristiani”. È anche importante, però, che venga evitata ogni strumentalizzazione religiosa della violenza fondamentalista, per cui nella Lettera quaresimale scritta ai vescovi nigeriani e molto probabilmente alludendo ai terroristi del movimento islamista Boko Haram, il papa ha accomunato nella tragedia sia cristiani che musulmani: “Credenti, sia cristiani che musulmani, sono stati accomunati da una tragica fine per mano di persone che si proclamano religiose ma che abusano della religione per farne una ideologia da piegare ai propri interessi di sopraffazione e di morte” (2 marzo 2015).

Martirio francescano
Il cap. XVI della Regola non bollata, dedicato alla missione, si apre e si chiude facendo riferimento – attraverso esplicite citazioni scritturistiche – alla realtà del martirio: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10,16); “Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia…” (Mt 5,10); “Non temete coloro che uccidono il corpo…” (Lc 12,4). In effetti, a quei tempi, soprattutto per chi praticava la missione tra i saraceni, l’esito del martirio non era soltanto una lontana ipotesi. Era dunque necessario che i frati ricordassero come con l’ingresso nell’Ordine avevano consegnato il loro corpo al Signore, accettando per amor suo di esporsi a ogni prova. Nulla sarebbe stato loro tolto che essi non avessero già precedentemente offerto. Si ribadisce, con grande chiarezza, uno degli orizzonti a cui la vita cristiana (e ancor più francescana) è per sua natura costantemente affacciata, dal momento che il martirio è inscritto nel battesimo. Su questo punto è del tutto esplicito il concilio Vaticano II: in verità, “se il martirio è concesso a pochi, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa” (Lumen gentium n. 42). Che poi la vocazione francescana contempli l’orizzonte del martirio era già chiaro a uno dei primi e più autorevoli commentatori della Regola, san Bonaventura: “Quelli che chiedono di essere ricevuti nel nostro Ordine, devono essere disposti al martirio” (Expositio super Regulam, cap. II, in Opera Omnia, t. VIII, p. 398).
Il secolo XX ci ha regalato l’esempio luminoso di fra Massimiliano KOLBE che ha dato la vita su uno dei Golgota più drammatici della storia recente, solo per amore. Da pochi mesi abbiamo celebrato la beatificazione del martire sardo fra Francesco Zirano ucciso in odium fidei nella città di Algeri nel lontano 25 gennaio 1603. Ora, altri due confratelli, fra Miguel e fra Zbigniew, si aggiungono al corteo dell’Agnello immolato nella città celeste, testimoni credibili della fede. Non possiamo qui non citare le commoventi parole di padre SERRINI contenute nella lettera di Natale del 1991 a tutto l’ordine: “Il sangue sparso da due giovani fratelli il 9 agosto 1991 si è unito al sangue di san Massimiliano Kolbe, della stessa origine polacca, che cinquant’anni fa (solo con cinque giorni di differenza) anch’egli offrì la sua vita. È un doppio tributo per lo stesso martirio della carità e della fede, indicando la continuità perfetta e il santo contagio di una testimonianza viva che nasce nei momenti della verità nella vita di individui e famiglie”.
Quale responsabilità! Innanzitutto, in relazione alla missione, che del martirio è il contesto naturale, perché è in seguito all’annuncio del Vangelo di salvezza che scaturiscono le persecuzioni. Più la luce della fede risplende e più le tenebre si infittiscono e tentano di soffocarla. La tiepidezza, invece, che non disturba più di tanto, passa inosservata e non trova oppositori.
In secondo luogo, in relazione alla fraternità. Nel caso dei nostri due martiri, si voleva colpire una fraternità accomunata dallo stesso ideale, il cui cuore batteva al ritmo del Vangelo e le cui opere diffondevano il profumo di Cristo. Fra Miguel e fra Zbigniew sono andati al martirio insieme, come piccola e testimoniante fraternità francescana. È commovente la testimonianza di suor Berta HERNÁNDEZ secondo la quale i frati, nel viaggio finale verso il luogo del martirio, si diedero l’assoluzione sottovoce l’un l’altro. Sempre più, in futuro, la testimonianza dei francescani sarà offerta da comunità che vivono una comunione autentica e profonda.
In terzo luogo, in relazione al popolo e ai poveri, che fra Miguel e fra Zbigniew hanno servito con amore e generosità. Chi evangelizza i poveri viene da loro evangelizzato, introdotto cioè al cuore del Vangelo che è la preferenza di Dio per i piccoli e gli ultimi. Per questo, la vicinanza ai poveri è stata e sempre sarà per i francescani una via sicura per vivere il Vangelo di Gesù Cristo in pienezza.
Invito perciò tutti i frati dell’Ordine a confrontarsi con queste tre grandi parole (missione, fraternità, poveri) che hanno condotto fra Miguel e fra Zbigniew al martirio, a offrire il segno più alto e luminoso della carità (cf. Lumen gentium n. 42).

Conclusione
Se “ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita, c’è anche il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori” (Papa Francesco, Catechesi inaugurale del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 17-19 giugno 2013). Mi piace concludere questa Lettera richiamando ancora una volta lo stretto rapporto esistente tra la testimonianza quotidiana e il martiro, declinato da papa Francesco come lotta contro tutto ciò che quotidianamente, per pigrizia nostra e per suggestione del maligno, si oppone allo slancio missionario. Se fra Miguel e fra Zbigniew potessero parlare oggi al nostro Ordine racconterebbero del loro grande entusiasmo per l’annuncio del Vangelo a ogni uomo, a partire dai piccoli che hanno concretamente amato e servito. Parlerebbero di un Vangelo che più che un testo scritto è un messaggio buono e liberante (euanghélion) da consegnare attraverso la parola e l’esempio, soprattutto con stile gioioso e fraterno. Testimonierebbero dell’infinita misericordia di Dio che ha alimentato il loro desiderio di partire per terre lontane, di “uscire” in modo radicale e irreversibile per incontrare e condividere, evangelizzare ed essere evangelizzati. Rimaniamo allora in ascolto della breve e densa esistenza di questi nostri due confratelli e della loro fine più che eloquente, affinché il Signore ci renda evangelizzatori autentici, gioiosi e fecondi.
Il Signore ci ha fatto dono dei nostri fratelli Miguel e Zbigniew quando sono entrati nell’Ordine; attraverso la loro scelta missionaria ci incoraggia a rinnovare il nostro cammino di sequela; con il loro martirio ci testimonia la vittoria sulla morte e sul male di quanti si affidano alla Sua grazia; con la loro beatificazione ci dona degli intercessori. Facciamo tesoro di questo momento di grazia ed impegniamoci a seguire l’esempio dei nostri martiri. A loro ricordo l’Ordine si farà promotore di alcune iniziative e progetti catechetici e di promozione umana per i quali, fin da ora, chiedo le vostre preghiere ed il vostro contributo.
Miei cari fratelli, il Signore vi dia Pace!

Fra Marco TASCA
Ministro generale

EVENTI CONNESSI ALLA BEATIFICAZIONE

  • VENERDÌ 4 DICEMBRE 2015,        VEGLIA DI PREGHIERA TARDA SERA E NOTTE, NELLA CATTEDRALE DI CHIMBOTE
  • SABATO 5 DICEMBRE 2015,          BEATIFICAZIONE ORE 10.00, NELLO STADIO DI CHIMBOTE, REGIONE DI ANCASH, PERÙ
  • DOMENICA 6 DICEMBRE 2015,    EUCARISTIA DI RINGRAZIAMENTO ORE 10.00, A PARIACOTO, CHIESA PARROCCHIALE SEÑOR DE MAYO
  • LUNEDÌ 7 DICEMBRE 2015,           EUCARISTIA DI RINGRAZIAMENTO ORE 20.00, A LIMA, CHIESA PARROCCHIALE NUESTRA SEÑORA DE LA PIEDAD
  • MARTEDÌ 8 DICEMBRE 2015,       EUCARISTIA DI RINGRAZIAMENTO ORE 20.00, NELLA CATTEDRALE DI LIMA, PRESIEDUTA DAL CARD. JUAN LUIS CIPRIANI

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